greko

Ho usccio Peter Pan

apr

21

Segreti

Inserito da greko il 21 aprile 2009

Era una bellissima giornata di sole di Aprile. Il sole splendeva e una nuvola solitaria era lontana. Madre e figlia camminavano a piedi scalzi sul bagnasciuga. Non era ancora il periodo estivo e quella cittadina non si sarebbe affollata se non verso luglio. Allora gli alberghi sarebbero stati presi d’assalto. Aveva ancora qualche mese per godersela in serenità e tranquillità.
La bimba corse verso il posto dove si erano sistemate sulla spiaggia. L’ombrellone aperto era fermo, non un alito di vento. Le sacche erano sistemate accanto al palo. Un pareo trasparente rosa era stato appeso e colorava ogni cosa cui si vedeva attraverso. La spiaggia era poco frequentata ancora. La bimba raggiunse l’ombrellone poi osservò che la mamma era ancora lontana e senza esitazione aprì una sacca e ne tirò fuori le sue matite colorate con un foglio, prese il libro di Peter Pan lo sistemò sotto il foglio e iniziò a colorare, gli ultimi ritocchi prima che arrivi la mamma.
Pensava a come le era potuto venire in mente di raccontare quella storia. Ogni parola ogni ricordo pensava fosse oramai vago, quasi cancellato come il mare stava cancellando pigramente le loro impronte ad ogni suo passaggio, ma ora ritornava tutto limpido, ogni parola di quel racconto veniva da sé senza controllo.
Eppure ogni volta: cancellava, bruciava, eliminava completamente ogni cosa del suo passato, ogni volta che ritenesse sia brutto da ricordare e che le avrebbe potuto portare dolore. Di quelle pagine però non ne aveva avuto il coraggio, almeno per ora. C’era una cosa di quel passato che non poteva eliminare e glielo avrebbe ricordato giorno dopo giorno della sua vita. Oramai però non aveva più importanza doveva vivere la sua vita: questa era la sola cosa importante.
La bimba vide la mamma farsi più vicina e nascose il foglio dietro la schiena. La fece sedere sull’asciugamano steso sulla sabbia
“Chiudi gli occhi, mammina”
“O CAP-PA”
Sentì il rumore di carta.
“Posso riaprirli ora?” le domandò
“Non ancora aspetta” rispose la bimba
La bimba guardò per l’ultima volta il suo disegno e quando pensò che poteva andare bene lo mise di fronte alla mamma.
“Apri gli occhi mamma”
Aprì gli occhi: il bosco, la ragazza e il rospo sulla grande pietra, il sole alto. Aveva fotografato in quel disegno l’istante in cui la ragazza aveva incontrato il rospo.
“Che bello” meravigliata la mamma
“E’ un regalo per te” sorrise la bimba
“Grazie” e le schioccò un bacio sulla fronte e l’abbracciò forte “Sai che facciamo? Lo facciamo incorniciare e lo appendiamo sul muro vicino alle Fairy Girl” e le domandò “Vuoi sentire il resto della storia ora?”
“Si, si” disse la bimba battendo le mani “Ho la mamma più bella e più buona del mondo”

“Il giorno dopo si svegliò come avesse vissuto un sogno. Un sorriso stampato sulla faccia.  Il ricordo della sera precedente era vago, La musica, gli stand le ore passate spensieratamente e lui. Si mise di fianco e vide che il letto dell’amica, che era rimasta a dormire da lei quella notte, era rifatto.
“Non può essere” pensò. Si alzò e andò in cucina.
“E deve vedere, signora, che begli occhi azzurri che aveva” stava dicendo l’amica
“Anche gli occhi azzurri?”  rispose una signora
“Chi ha gli occhi azzurri?” Domandò lei all’amica e alla sua mamma, entrando ancora mezza assonnata
“Come chi? Come si fa chiamare? Geco, Graco, Garco”
“Greko, con la K” la corresse imitando la voce di lui e sorrise “Ma non ha gli occhi azzurri. Sono sicura che li abbia neri o marrone, ma non azzurri”
Non aveva sognato. L’aveva conosciuto veramente.
Fece colazione raccontando alla mamma la serata precedente.
Passò il giorno in casa. Aiutata dalla sua amica a sistemare la sua cameretta, a guardare film che aveva noleggiato. Cercava in tutti i modi di mascherare l’attesa della telefonata. “Chissà se chiamerà” pensò. Erano le cinque e ancora non si era fatto sentire.
Fu mentre preparavano la cena che le venne in mente.
L’immagine del foglietto con su scritto il suo numero che fuoriusciva dalla tasca, e immaginò quel foglietto che cadeva chissà dove e oramai era perso. Lo Immaginò a terra poco dopo l’entrata. Vedeva lui che arrivava il giorno dopo per cercarlo e chiedere all’addetto di poter entrare perché aveva perduto una cosa di valore. Non poteva vederlo ma era là a poche decine di metri. Appena lui guadagnò l’ingresso camminò a testa bassa in cerca di quell’unica possibilità di entrare in contatto con lei ma quella che pareva essere un’enorme scopa entrò lentamente nella scena e spazzò via il foglietto. L’uomo addetto alle pulizie buttò tutto in un sacco, il foglio era stato gettato in mezzo a tutti i rifiuti della serata. L’uomo chiuse il sacco e lo caricò sul piccolo furgoncino che lo accompagnava.
Cenò sperando che avesse sbagliato.
Andò a dormire. Il telefono quel giorno non squillò. E nemmeno il giorno dopo. E l’altro ancora.
Pensò di tutto in quei giorni. Lui aveva conosciuto un’altra ragazza e … oppure era sposato. Ma sì in fondo un tipo come quello sicuramente era pieno di donnine che gli giravano attorno. Se quella settimana avesse lavorato e non fossero chiuse per ferie, magari c’era la possibilità di avvicinarlo quando passava.
Al quarto giorno il telefono squillò. Aveva da poco finito di mangiare e lei stava caricando la lavastoviglie. Rispose la madre.
“E’ per te. Piccola” sottolineò la mamma, ora la chiamava così anche lei
“Arrivo. Un attimo”
“Io non lo farei aspettare.” disse la mamma posando il ricevitore sul comodino “Le telefonate ‘internazionali’ costano…”
Si asciugò le mani, lentamente. Aveva atteso quattro giorni, poteva aspettare due minuti. Non voleva far vedere l’ansia, prese la cornetta e disse “Pronto” atona, acida.
“Ciao Piccola, come va? Hai da fare oggi pomeriggio?” Le chiese
“Non saprei è che sto aspettando una telefonata da una mia amica”
“Capisco. Io devo andare al C2 …”
“C2?” domandò
“Si scusa, a cinecittà due il centro commerciale, sono là oggi pomeriggio, se non hai niente da fare e sempre che ti vada possiamo vederci là. Io andrò verso le cinque, aspetterò un quarto d’ora davanti al tappeto mobile esterno nella speranza che tu non abbia da fare. Mi farebbe molto piacere incontrarti.”
“Si, ho capito dove. Vedo se posso venire”
“Allora a dopo. Ciao” disse con tono sicuro
“Ciao” e riappese la cornetta
Telefonò subito alla sua amica e la informò sugli ultimi particolari. Erano le tre ed era euforica “Quant’è tardi” pensò e cominciò a prepararsi per andare al “C2” falsettando la voce di lui.
“Cinecittà due si chiama” disse “che tipo strano”
Cambiò tre volte il modo di vestire. Passò più di mezz’ora a prepararsi davanti lo specchio. Ogni volta qualcosa non le andava bene: la pettinatura, il trucco, il vestito le scarpe, che scarpe abbino a questo o a quel vestito. Gli stivali forse gli stivali andranno bene. “Siamo in pieno agosto” pensò e decise che non era una buona idea. Decisamente non si potevano portare gli stivali in agosto.
Arrivò trenta minuti prima all’appuntamento. Poteva uscire di casa più tardi ma era troppo ansiosa. Decise di fare un giro dentro al centro commerciale dove c’era l’aria condizionata almeno si sarebbe rinfrescata. Il centro era semi-deserto ma almeno, molto probabilmente quella settimana Roma sarebbe stata vuota. La maggiora parte della gente era partita per le meritate ferie. Girò per il centro guardando le vetrine e guardando ansiosamente l’orologio.
Alle cinque uscì da un’uscita secondaria e fece il giro dell’isolato per far vedere che stava arrivando in quel momento. Non voleva fargli vedere che era arrivata prima.
Lo vide da lontano appoggiato alla copertura del tappeto mobile, era di spalle e la copertura gli nascondeva le gambe. Aveva i capelli legati e vestiva in un modo che lei non gli aveva mai visto, con una tuta e una t-shirt bianca. Il cuore le batteva forte per l’emozione.
Non aveva mai notato i bicipiti così grandi, a pensarci bene si ricordò che indossava sempre camice  o magliette con maniche lunghe. L’uomo salutò una ragazza che stava attraversando la strada e le andò incontro. Decisamente non era lui.
Erano le cinque e quindici e lui non c’era. Forse era già arrivato ed era entrato dentro. Fu indecisa poi alle cinque e diciotto entrò a cercarlo. Il centro commerciale non era grandissimo e non era affollato, sicuramente l’avrebbe trovato. Stava pensando se scusarsi o meno del ritardo, poi pensò che era meglio di no, lui non aveva mica chiesto un appuntamento sicuro. Girò per i piani due volte, guardando in tutti i negozi, camminava cercando di non essere troppo frettolosa.
Uscì affranta. Non era riuscita a trovarlo oppure aveva cambiato programmi. Guardò le due entrate, che erano una sopra l’altra separate da un piano. Ma non si vedeva nessuno. Erano le cinque e quaranta quando guardò l’orologio.
Entrare di nuovo o andare via?
Ogni dubbio svanì quando dalle sue spalle sentì
“Ciao Piccola”
Lui stava attraversando la strada, deserta, con il semaforo per i pedoni che segnava rosso.
La salutò baciandole la guancia “Credevo fossi uscita con la tua amica” disse
“La mia amica ha pensato bene di rimanere in casa con questo caldo” disse lei in tono acido, era nervosa per quel ritardo
“Quando ho chiamato per avvertirti che sarei uscito più tardi mi è stato detto solo che eri uscita. Mi spiace se hai aspettato”
“No, sono arrivata ora” con tono acido. Aveva avuto la cortesia di chiamare per informarla del ritardo e lei se l’era presa. “Se fossi uscita più tardi” pensò
Entrarono nel centro commerciale, andava là il pomeriggio tardi perché non voleva passare la tutta la giornata in casa a boccheggiare per il caldo, dentro al centro almeno c’era l’aria condizionata e si poteva avere un po’ di refrigerio. Camminarono parlando per il centro per più di un’ora. Uscirono che l’aria fuori si era rinfrescata e raggiunsero il parco vicino al centro. Si sedettero su di una panchina. Lei notò che mentre parlava lui gesticolava moltissimo. Ogni parola era accompagnata da un gesto.
“Ventiquattro anni e sei disoccupato”
“Disoccupato. Che brutta parola… Diciamo che sono in cerca di occupazione, stabile. Al momento faccio lavoretti così”
“E tu quanti anni hai?” le chiese
“Non si chiede l’età di una ragazza” rispose lei indispettita “Sappi che per educazione ti risponderò, ma non dirò la mia vera età. Ne ho diciannove”
“E io che te ne davo almeno trenta, anche quaranta.” disse sorridendo “Pensavo che nel 1996 si potesse chiedere l’età di una ragazza”
“No è una forma di galateo che non deve mai essere cancellata”
“E che vuoi fare da grande?” Chiese lei
“Bella domanda” Alzandosi dalla panchina si era messo in piedi di fronte a lei “Madamoiselle. Avete davanti un’astronauta o un pittore” e mise il pollice e mimò come se stesse cercando di ritrarla “Un tenore” e con la mano sul petto alla Pavarotti “No tenore meglio di no, sono stonato” disse mettendo una mano dietro la testa e vergognandosene un po’, poi inaspettatamente fece un inchino profondo e la guardò negli occhi
“Tu sei pazzo” disse la ragazza tra il perplesso e il divertito “Ma tu chi sei?” le chiese
“Questa è facile” Rispose lui “L’eterno indeciso”
“Indeciso per cosa” di rimando lei
“Se sono un sognatore o un depresso”
“Che differenza c’è?” chiese
“Il depresso vede tutto nero, respira aria pesante, cupa, è un malinconico il cui tempo scorre lasciando impronte nella mente e nel corpo, che fatica ad alzarsi dal letto, anche se deve per forza, perché nel letto può sognare una vita migliore. Il sognatore invece vede una vita più rosea è …” e prese fiato “Forse gli altri lo vedono anche un po’ fessacchiotto perché si fida delle persone, non vede l’ora di alzarsi dal letto, perché lui vive i propri sogni ad occhi aperti.”
Lei rimase stupita
“E tu sei depresso o sognatore?” chiese lei
“Al momento credo di essere nel mezzo tra i due o forse non è una domanda alla quale posso rispondere io personalmente. Potrei essere un ‘Depresso Sognatore’.”
“E sei contento che la gente pensa di te che puoi essere un “fessacchiotto?” chiese lei
“La gente, i pregiudizi, non mi sono mai interessati. Che tristezza vivere la propria vita a seconda di quello che può pensare la gente. Il mondo è bello perché ogni persona è diversa. Se la pensassi diversamente non porterei gli stivali visto che se siamo ad agosto. Oggi tutti mi guardano come fossi un marziano, ma non è un problema mio” rispose lui
Lei lo guardò senza dire niente. Aspettava che finisse. Lui la guardò in attesa che dicesse qualcosa.
Si fissarono in silenzio.
“A che pensi” le chiese
“A nulla. Aspetto che finisci la frase”
“E’ finita. Non hai visto il punto?” E disse “Punto” e con il dito segnò un punto su di una lavagna invisibile
Risero
“E tu cosa farai dopo la scuola?” le chiese
“Io non vado a scuola. Lavoro. Sono commessa in un negozio sulla Tuscolana. Si chiama “…” ”
“Davvero? Ci passo davanti quasi tutti i giorni quando vado dai miei amici” Disse lui
“Ah si?” disse lei
“Ogni tanto allora ti verrò a trovare” disse lui “Magari dopo la chiusura”
Si sedette di nuovo accanto a lei. Passarono così tutto il pomeriggio, lui chiese molte cose di lei e la guardava negli occhi mentre parlava, lei notò che era una cosa che non tutti facevano. Verso le 20 lui la accompagnò verso il capolinea degli autobus e le fece compagnia finché l’autobus non partì.
Durante il viaggio ripensò alla giornata trascorsa con lui. Si stava rivelando una persona completamente diversa da quello che si era immaginata. Non sapeva bene però se gli piaceva o meno. Aveva solo venti anni lei ma aveva i piedi ben ancorati, era tutta di un pezzo. E le persone che sognavano non le vedeva bene “mi sa che gli manca una rotella a quello” pensò e subito dopo “Non ci ha nemmeno provato con me” e ne rimase un po’ delusa.

Si rividero il venerdì dopo ferragosto, si diedero appuntamento nel pomeriggio tardi. Si incontrarono ad una gelateria sulla Tuscolana. Lui era ancora più abbronzato. Il nero ora si faceva più evidente. Parlarono tutto il tempo che furono assieme. Si divertì anche quel giorno, lo trovò simpatico divertente la faceva ridere. Si accorse che quando era in sua compagnia tutto cambiava, anche la cosa più insignificante con lui aveva un risalto diverso. Quando erano lontani però i dubbi la assalivano. Si sognare. Vedere il mondo in maniera diversa… Era bello. Ma come recitava il detto :”il gioco è bello quando dura poco”.

Le ferie finirono e ricominciò la settimana lavorativa. Quel lunedì pomeriggio non ci fu molto movimento. La città era ancora in ferie e faceva ancora molto caldo, pochi erano tornati.
Con le colleghe parlarono delle ferie di dove erano state, cosa avevano fatto. Lei disse che non aveva un granché da raccontare in quanto era rimasta a Roma. Quel giorno però era destinato ad essere diverso dai soliti. Fu verso le sei che lui passò. La strada era deserta, alcune persone erano nel negozio. Una commessa lo vide e come al solito si ripeté la scena e avvertì la bionda. Lui camminava lentamente, con i suoi capelli sciolti e un paio di occhiali da sole a specchio che gli avvolgevano gli occhi. All’altezza della seconda vetrina si girò come se stesse guardando dentro. Alla quarta vetrina la vide e senza fermarsi fece un mezzo inchino per salutarla e le sorrise. Lei ricambiò salutandolo con la mano. Le altre rimasero sbigottite e appena fu possibile l’accerchiarono e la riempirono di domande.
Mentre stavano chiudendo il negozio le ragazze stavano parlando e facendo battute. Le serrande scendevano lente. Una ragazza tossì e indicò dietro di loro. Lui aveva girato l’angolo e si stava dirigendo verso il negozio.
“Ciao Piccola” le disse, fermandosi a pochi metri da loro. Lei si staccò dalle altre
“Ciao Greko”
“Se ti va posso accompagnarti al capolinea stasera”
“Dobbiamo finire di chiudere. Dovrai aspettare credo” e raggiunse le altre.
Le voci si fecero basse e si sentì qualcuna ridere.
Prima che le serrande fossero tutte giù, lei salutò le altre e lo raggiunse. Il capolinea era a cinque isolati dal negozio. Durante il tragitto parlarono fianco a fianco. E lui attese che il suo autobus partisse.
Questo ogni sera per tutta la settimana.

Venne il sabato, era il 24 agosto, due settimane dopo essersi conosciuti. La sera non si sarebbero visti. Lui sarebbe andato a ballare fuori Roma e lei sarebbe andata con i suoi amici a ballare vicino allo stadio Olimpico. Lui la salutò promettendole che l’avrebbe chiamata il giorno dopo.

Invece il fato o il destino o se siete credenti in qualche Dio, chiamatelo come volete, cambiò le carte in tavola, cancellò quello che aveva scritto e scrisse un nuovo capitolo.

La sera lui si trovò a fiesta. Il viaggio fuori Roma era saltato in quanto aveva fatto tardi ritornando dal mare. E la lunga coda e la stanchezza avevano fatto cambiare idea a lui e ai suoi amici e rimandarono la trasferta a un altro giorno. Fiesta era piena anche quella sera. Tutti i romani e non che erano rimasti in città parevano essersi dati appuntamento.
Era in compagnia del suo amico Roscio e di altri. Si stavano divertendo ballando e conoscendo altre persone. Alcune ragazze avevano si aggiunsero al loro gruppo.
Era a ballare con un mora che le era vicino quando il Roscio lo chiamò.
“Non avevi detto che la tua amica era andata a ballare da un’altra parte stasera?” gli chiese
“Certo” rispose lui “Perchè? Vuoi andare là?”
“No. Credo di averla vista passare però”
“O CAP-PA” rispose il Greko
Finì di ballare e andò in giro per vedere se il suo amico aveva visto bene. Girò per circa una mezz’ora in mezzo alla folla. La vide che stava ballando assieme ai suoi amici. Lei stava ballando con un ragazzo poco più alto di lei, molto secco. Si fece notare e lei quando lo vide gli andò incontro. Era rimasta quasi senza fiato.
“Ti posso parlare?” le chiese
“Si, anche io ho da dirti una cosa”

Andarono a sedersi sulla tribuna, che era anche la parte meno illuminata. Tranne per i posti vicini alla pista dell’ippodromo gli altri erano completamente al buio. Si sedettero dove c’erano meno persone vicino a loro.
“Hai detto che dovevi dirmi una cosa. Spara” disse lui
“No. Prima tu”
“O CAP-PA. Quello che ho da dirti però non è semplice. O meglio è semplicissimo ma non so se…
Ricordi sabato scorso quando ci siamo conosciuti?”
“Certo che mi ricordo”
“Ricordi il mio “amico” Roscio?”
“Sinceramente no, non lo ricordo” disse lei, non sapendo dove lui volesse arrivare
“Vedi quello per me è più di un amico. E’ qualcuno a cui tengo moltissimo.” Lui osservava la reazione di lei, ma lei pareva non capire “Non ti sei mai chiesta perché non ci ho provato finora?
“Cerco di spiegarti meglio. Di solito si tiene molto a parenti o persone con un legame molto più stretto. Giusto?” chiese per capire se la stava seguendo
“Giusto” fece lei
“Ecco il Roscio non è mio parente”
“E’ un amico a cui tieni molto, anche io ho un’amica del cuore e …” disse
“Sono gay” disse senza lasciarle finire la frase
Calò il silenzio che lei ruppe con un pianto.



Questo racconto fa parte della storia “Ho ucciso Peter Pan” ed è rilasciato sotto licenza creative commons sei quindi libero di scaricarlo, copiarlo e/o diffonderlo.

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