greko

Ho usccio Peter Pan

mag

03

Capitan Uncino

Inserito da greko il 03 maggio 2009

La bimba era nella vasca, un velo di bolle copriva la superficie. La mamma la strofinava per pulirla dalla sabbia della mattina. Un vascello di plastica, navigava sulle bolle, spinto da una mano sotto lo scafo.

«Il vascello di Capitan Uncino navigava sul mare dell’isola che non c’è» disse la bimba « In cerca dei bambini perduti, ma il capitano cercava un bambino in particolare: Peter Pan.» Con l’altra mano faceva volare un piccolo Peter Pan, che girava sopra la nave.
«Ma Peter Pan, era molto più furbo di quel capitano dalla mano uncinata. Il capitano vide l’ombra di Peter Pan sulle vele e cominciò a sparare con i cannoni: Boom.»
«Peter Pan rispose con un palloncino pieno d’acqua e gli fece una bella doccia» disse la mamma mentre con la doccia le sciacquava i capelli dallo shampoo.
«Ti prenderò» disse la bimba e fece una risata maligna
«Peter Pan chiamò a sé nuvole piene d’acqua che investirono i vascello e lo affondarono» disse la bimba prendendo in mano la doccia e investendo la nave dal getto d’acqua, con la mano immersa poi fece affondare la nave e rise.
«Sai con cosa si muove Capitan Uncino quando non è sul suo vascello?» le domandò la mamma
La bimba la guardò e scosse il capo, la mamma con le due mani applicava il balsamo sui lunghi capelli della piccola, quasi accarezzandoli.
E proseguì con la sua storia.


Il locale era pieno.
Le luci sul palco si accesero e i due componenti della band lo lasciarono. Avevano appena terminato il quarto bis ed erano esausti, ora avevano davvero chiuso la serata. Finirono la loro birra fuori dal camerino e tornarono sul palco, per smontare gli strumenti. La serata era giunta al termine.
Con le luci accese era tutto diverso. Le ombre che prima vedeva si erano trasformate in volti, in persone. Tra i tavoli poteva vedere il movimento: chi si preparava ad andare via, chi consumava il piatto. Altri parlottavano e ridevano.
Prese la chitarra e la sistemò nella custodia. Scese le scalette che portavano ai camerini, li superò e facendo il giro da dietro raggiunse il suo amico. Stava parlando con i proprietari del pub, due fratelli, che stavano dietro alla cassa. Dietro di loro due ragazze si affaccendavano al bancone. I proprietari si complimentarono con loro per la serata appena finita, si sarebbero sentiti per mettersi d’accordo per un’altra serata, gli diedero i soldi pattuiti e tornarono ai loro affari.
I due ragazzi attraversarono un corridoio senza pareti, quella linea immaginaria che divideva il locale in due: A destra tutto illuminato c’erano i tavoli, poi il palco ora deserto e al centro si stagliava una linea metallica, l’asta del microfono. Dietro, illuminato uno striscione su cui era scritto a caratteri gialli: “Geronimo’s Live”. A sinistra appena dopo la porta, un piccolo poggio dove c’era sistemata la consolle del dj. Una cassa appena sotto e una più lontana a sinistra. Sulla pista da ballo, un gruppetto di ragazze che parlavano tra loro. Su tutto il lato, opposto a dove era lui ora, una balconata anch’essa in legno, dove erano sistemati cinque tavoli divisi tra loro solo dallo schienale delle panche. E dalla parte opposta del dj il bancone dove la gente si stava stipando.
Prima di inforcare la porta lo vide e lo salutò alzando la mano in aria.
Greko non lo notò nemmeno. Era seduto al tavolo con suoi tre amici e non si accorse che lo stava salutando. Aveva la sua Ceres davanti, lo spicchio di limone incastrato nel becco, la bottiglia ancora piena. Gli amici stavano commentando quel gruppetto di ragazze in mezzo alla pista. Il brusio era diventato un mormorio alto. Ma non si accorse nemmeno di quello. Non si accorse nemmeno quando il dj abbassò le luci e sputò il fumo sulla pista. In sottofondo un battito di cuore che andava sempre più alto e sempre più veloce. Poi silenzio e buio.
Quando tornò la luce, era solo.
Il locale era completamente vuoto. Scese i quattro scalini e attraversò la pista, prese la porta e uscì. Anche fuori nessuno. Il silenzio era atono, tutto era immobile, anche le stelle che brillavano in cielo.
Nello spazio antistante l’ingresso del locale, c’era una palafitta come di quelle che si vedevano sulle spiagge, utilizzata nei periodi estivi per chi voleva prendere un po’ di fresco all’aperto e intanto consumare qualche bibita fresca. Una palizzata di legno e vetri era stata costruita per delimitare quello spazio, dal parcheggio vero e proprio.
Corse fino al parcheggio che poco tempo prima era pieno di macchine. Ora risultava deserto. Le linee bianche, sotto quella luce lunare, davano una strana impressione, come ad indicare le sagome di morti, cadaveri di alluminio e plastica che c’erano prima.
Dal parcheggio poteva vedere la grande struttura bianca che torreggiava vicino al locale, il pala-ghiaccio di marino, illuminata dai lampioni. Il Geronimo’s Pub sorgeva più alto rispetto al parcheggio immenso del palaghiaccio. E da là si poteva vedere fino all’incrocio, che era in linea d’aria a seicento metri.
Ora che era rientrato nello spazio, notò che mancavano anche le moto dei bikers che affollavano il locale.
Era vicino alla palafitta quando sentì un rumore, un rombo, caratteristico per chi era un appassionato. Si faceva sempre più vicino. Si affacciò sul parcheggio e vide sulla strada un gruppo di moto, ne era certo, erano tutte delle Harley-Davidson, erano nel parcheggio, almeno dieci volte più grande, di fronte al palaghiaccio. Ad ogni lampione c’erano due o tre moto che giravano attorno e i biker si divertivano a lanciargli qualcosa contro, le lampadine si rompevano ad una ad una. Dovevano essere almeno una ventina di moto, alcune avevano due persone a bordo. L’attenzione di Greko si spostò su una moto ferma, sul ciglio della strada. Chi la guidava aveva un piede a terra per tenerla in equilibrio. La figura era troppo lontana, ma notò un bagliore, quasi un luccichio, all’altezza di quella che doveva essere la mano sinistra, nella destra una luce rossa nello sfondo nero brillava, stava fumando, un altro luccichio venne dall’altezza della sua faccia.
Gli altri avevano quasi finito di spaccare tutte le lampadine dei lampioni. Ne contava tre ancora funzionanti. La sigaretta piroettò nell’aria prima di finire schiacciata sotto il piede. Il motociclista alzò lo sguardo e lo vide. Urlò qualcosa agli altri bikers e alzò il braccio ad indicare. Si avviarono verso il Geronimo’s Pub.
Greko iniziò a sudare freddo, sentendo quel grido. Tutti seguirono quello che doveva essere il loro leader. Non poteva scappare, o nascondersi. Era intrappolato come un topo.
Le moto affrontarono una piccola salita, subito dopo il cancello principale, e gli girarono intorno.
Indossavano quasi tutti dei caschi, alcuni stile militare tedesco altri dalla forma più strana. Alcuni lanciarono gridi come gli indiani quando circondavano le carovane. Poi si fermarono, era accerchiato. Un’ultima moto inforcò la salita, lentamente. Il faro proiettava la sua luce verso il cielo, pareva illuminasse la luna, piena e pallida, pareva stanca.
Il rombo del motore risuonò alto e forte, mentre passò tra due moto ferme.  La moto si fermò a pochi metri da lui e lo illuminò, immobile come centro di quel cerchio irregolare. Il fanale gli sparava tutta la luce negli occhi, e lui cercò di coprirli con una mano e vedere il motociclista. 
Poteva solo vederne l’ombra. Spense il motore, ma lasciò il fanale acceso.
Vide l’ombra scendere dalla moto e camminare verso di lui. Si fermò accanto al fanale e allungò il braccio sinistro verso la luce.
Dalla sua posizione, Greko valutò che doveva essere alto quanto lui. Non indossava un casco. Aveva corti capelli e indossava un lungo cappotto, forse di pelle, anche se erano i primi di settembre, il caldo accompagnava quei giorni verso l’autunno.
«Ciao, Greko con la k» disse, falsettando un po’ la voce. Quella voce, l’aveva già sentita. Ma dove. Eppure gli era familiare. Intanto quell’oscura presenza muoveva qualcosa tra la mano, nella luce, come stesse giocando alle ombre cinesi. Abbassò la testa sulla sua camicia bianca e vide. Un grande uncino nero si muoveva proiettato sul quello schermo bianco, si muoveva e colpiva il Peter Pan che Greko aveva legato al collo, finché si fermò, pareva trafiggerlo. E l’ombra rise e portò la mano destra in alto, tutti iniziarono a ridere. L’ombra riabbassò la mano e tutti si zittirono.
Uscì dall’oscurità. Ai piedi un paio di stivali neri con una punta in ferro. Indossava un paio di pantaloni in pelle, nera. Indossava una maglietta nera,  con al centro disegnato, in rosso, un teschio che pareva sorridere dalla sua bocca senza labbra e pelle, e sotto due ossi incrociati. Una camicia bianca aperta faceva un tutt’uno con il lungo tranch nero. Le mani si mossero, la sinistra aveva qualcosa di strano. Si accorse che non era una mano, non aveva dita, pareva ne avesse uno solo, solo quando venne illuminato si accorse che era veramente un uncino, di acciaio, brillava quando la luce lo colpiva. L’ombra lo usò per togliersi il guanto che indossava sulla destra. Arrivò a pochi passi da lui e fece un inchino. Il braccio destro dietro la schiena e con la mano uncinata fece come per avvolgere qualcosa, partendo dalla fronte. Solo ora si vedeva il lungo codino che teneva imprigionati i capelli, all’indietro.
«Permetta che mi presenti, amico mio» disse ancora inchinato «Puoi chiamarmi, vediamo. Capitan Uncino.» E rise. Senza aspettare il comando tutti gli altri iniziarono a ridere.
Quando si rialzò. La sorpresa lo colpì, come un pugno inaspettato.
La faccia. Un lungo laccio nero gli attraversava il viso, tenendo ferma quello che doveva essere un copri-occhio. Al centro come una grossa O, il metallo rifletteva la luce della luna: un piccolo specchio.
Greko si stava specchiando in quell’occhio vuoto e vedeva la faccia di quel Capitan Uncino. Era lui.
Anche se aveva i capelli legati all’indietro e le lunghe basette fine che partivano dall’altezza delle orecchie e arrivavano fino al pizzetto che gli circondava la bocca.
Impallidì a quella visione. Come poteva essere?
«Cosa vuoi da me?» fu l’unica domanda che riuscì a formulare
Capitan Uncino rise a quella domanda, lo squadrò da capo a piedi, gli cinse il braccio sulla spalla e si incamminarono verso il locale. «Volevo solo conoscerti.» gli rispose «Lo so cosa stai provando ora. Io voglio solo aiutarti» e sorrise.
Il locale era ancora deserto. Attraversarono la pista e salirono i quattro scalini, Greko si accomodò nello stesso posto che occupava quando era con i suoi amici.
Gli altri bikers entrarono e occuparono il locale, presero un fusto di birra e lo aprirono lasciando che il getto colpisse alcuni di loro, due lo sollevarono e gli altri a turno di misero sotto a bocca aperta per bere.
«Spugna» gridò Capitan Uncino verso un vecchietto, con la maglietta a righe orizzontali «Metti un po’ di musica»
Spugna si mise sull’attenti e si avviò verso la consolle del dj. La musica esplose appena mise la puntina sul disco. Il mixer era pieno di tasti e leve a lui sconosciuti, e si mise a toccarli tutti cercando di abbassare il volume. Tutti si coprivano i timpani con le mani, per quanto erano assordati.
Il capitano urlò qualcosa, ma le parole furono soffocate, la sua faccia era diventata rossa e pareva una tegliera quando l’acqua era arrivata ad ebollizione. Prese dal lungo tranc un coltello e lo lanciò verso Spugna che si spaventò e si abbassò di colpo vedendoselo arrivare addosso. Il coltello calò sulla console e prese la leva del volume e il volume si abbassò.
«Ora possiamo parlare tranquillamente» disse rivolto a Greko.
La sala si rianimò dopo un momento di silenzio. Tutti ripreso a fare quello che stavano facendo prima.
«Spugna è così» disse il capitano «Maldestro».
«Non capisco perché tu sia qui» gli chiese Greko «Non troverai Peter Pan in questi luoghi.»
Il capitano rise beffardamente a quelle parole.
«Ne sei sicuro?» domandò il capitano prendendo con il suo uncino il ciondolo che Greko portava appeso e tirandolo verso di sé «Comunque questo, non gli somiglia» osservandone la posa e l’espressione e guardando anche Greko che lo osservava stupito. Lasciò dalla presa quel pupazzo dal suo uncino «Te ne accorgerai quando lo incontrerai, e io aspetterò quel momento con molta pazienza» gli occhi gli brillavano e la voce si era fatta minacciosa «Con molta pazienza e finalmente» e calò il suo uncino sul tavolo e lasciò un buco profondo dove prima c’era legno.
«Presto dimenticherai questo incontro» disse capitan Uncino «E’ tempo di andare ciurma» gridò il capitano verso gli altri. Spugna da dietro la consolle cambiò disco e Dj Francesco urlava:

“Porta in alto la mano
segui il tuo capitano
muovi a tempo il bacino
sono il capitano uncino”

Il capitano si portò la mano sulla fronte e scosse la testa affranto, sbuffò.
Appoggiò l’uncino sul braccio destro di Greko e spinse. Un dolore fitto gli fece chiudere gli occhi e con uno scatto del braccio destro cercò di togliersi da quell’uncino che gli procurava dolore. Sentì il rombo delle moto che si allontanavano.
«Guarda quella con i capelli rossi che favola che è» sentì dire, da quella che riconobbe essere la voce di un suo amico.
Greko riaprì gli occhi, il dolore sul braccio era reale. Un buco piccolissimo nella camicia si stava emarginando e scomparse. «Era tutto vero» pensò, poi vide un piccolo, piccolissimo chiodo che fuoriusciva dal legno della parete. Prese la Ceres e ne bevve un sorso.
«Mi sono innammorato» disse Greko guardando, da nessuna parte, con aria assente. Gli amici erano attenti a osservare sulla pista.
«Pure noi» dissero gli amici in coro, osservando la rossa che si muoveva sinuosa nel mezzo della pista.
Erano le cinque quando si addormentò. Erano passati quattro giorni dall’ultima volta che vide “Piccola”, ma la pensava tanto che pareva non averla lasciata mai.



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