greko

Ho usccio Peter Pan

set

07

Più Bella Cosa

Inserito da greko il 07 settembre 2009

Grida stridule venivano dal cielo.
Un’ombra scura volava in alto, simile ad un’onda nera, indefinita, si muoveva con velocità ed eleganza. Un battito d’ali, leggero. Un ballo, una coreografia fantastica, a sottolineare il bacio che la coppia si stava scambiando. Legati tra loro da un abbraccio, le labbra unite, lascive.
La piazza era quasi deserta e lo stormo di gabbiani, ne discese invadendola, come fosse un’orda di turisti. Gli uccelli ora andavano in gruppi disordinati alla ricerca di molliche di pane.
« E per te com’è l’amore? » le chiese Greko.
« Per me sono due persone che si guardano negli occhi. » Rispose Sabrina senza pensarci su. Era una citazione di qualche personaggio che aveva letto tempo addietro, e l’aveva fatta sua. Aveva sempre l’immagine di due amanti che si guardano negli occhi, come si leggessero dentro, come se solo così si potessero conoscere profondamente, nell’intimo. « Gli occhi sono lo specchio dell’anima. »
Tornarono alla macchina seguendo la strada fatta precedentemente. Il Pantheon ora le sembrava diverso. Una parte di lei. Guardò dove si diedero il primo bacio, e strinse la mano di lui.
Quando furono alla macchina, Sabrina gli chiese di fare un percorso che le permettesse di vedere Roma di notte. Aveva voglia di vedere Roma, illuminata dalle luci, che le davano quell’aria speciale, tanto da renderla magica. E non voleva che quella magia, quella sera, fosse rovinata dalla sua paura.
Sabrina parlava di quanto fosse bella Roma di notte, con i suoi giochi di luce, una folata di vento entrò dal finestrino, le rinfrescò il viso e le mandò i capelli all’indietro. Era ancora assorta nel suo discorso quando Greko la zittì quasi in maniera brusca, facendole segno di fare silenzio, l’autoradio era acceso con il volume al minimo, quasi un bisbiglio, lui si portò avanti per ascoltare attentamente, e quando fu sicuro delle prime note, le sussurrò, allungandosi dalla sua parte, nell’orecchio « Questa te la dedico» e alzò il volume. Agli accordi iniziali di una chitarra seguì il ritmo delicato di una batteria.
Eros scoccava la sua freccia  impregnata di amore alla sua Michelle, cantandole una delle sue più belle canzoni, una serenata a pieno giorno: “Più bella cosa”, e Greko cantò in playback scatenando un misto tra ilarità e una sensazione che Sabrina non seppe spiegare:

 

Com’è cominciata io non saprei
La storia infinita con te
Che sei diventata la mia lei
Di tutta una vita per me
Ci vuole passione con te – e un briciolo di pazzia
Ci vuole pensiero perciò
Lavoro di fantasia

 

Il profumo dei fiori misto nel caldo della notte e dell’aria si mescolava con l’odore di tempi antichi mentre attraversarono piazza Venezia con la sua grande aiuola decorata con fiori di ogni colore. Sabrina guardava meravigliata la grande scalinata del Vittoriano, il marmo bianco illuminato nei colori delle lampade alogene. L’altare della patria con i due piantoni ai lati del milite ignoto. E sopra il grande condottiero a cavallo svettava su tutti. Imboccarono Via dei Fori Imperiali, che segnava tutte le tappe della grande Roma imperiale, sullo sfondo maestoso dei suoi anni il Colosseo con tutte le sue finestre e le sue porte spalancate illuminate da una tenue luce arancione, che pareva ricoprirlo di lastre d’oro.
Il ritorno pareva non finire mai.
Quando arrivarono nei pressi della sua casa, Sabrina fece cenno a Greko di proseguire “ Altri 5 minuti, voglio farti vedere una cosa.” gli disse. Passarono sotto una struttura di uffici che parevano sospesi sulla strada, e collegavano le due alte palazzine opposte sulla strada, a formare un ponte. Lo fece fermare poco più lontano, dove la strada arrancava in una ripida salita, e a sinistra un’alta recinzione delimitava un campo sportivo e la fine delle nuove costruzioni, poi da là si stagliava un campo agricolo, recintato e nel mezzo una casetta di legno. Greko spense il motore.
Un gallo rispose ad un cane che stava abbagliando e delle pecore iniziarono a belare. I due risero.
“Sai è il mio sogno di vivere in una casetta di campagna, circondato da un mare di terra.”
Sabrina lo guardò accigliata “ A me la campagna non piace per niente, troppi animali e insetti. Il mio sogno è una casetta in riva al mare, dove poter vedere le onde al mattino quando ti svegli e sentirle la notte poco prima di addormentarti.”
“ Ok, vada per la casetta in riva al mare. Da una parte il mare e dall’altra la campagna.”
“ Solo che non ci sono troppi animali, però.”
“ Va bene, solo qualche gallina, ochette e cani. ”
Sabrina scese e lo invitò a scendere, prendendolo per mano e corse sorridendo verso l’alta recinzione del campo sportivo, girarono l’angolo “ Quanto vorrei che questa notte non finisse mai” disse Sabrina.
A fianco della recinzione c’era una panchina in legno, il colore verde stava perdendo scaglie di vernice ormai lasciata in balia del tempo lasciando grossi buchi marroni, illuminata da un lampione solitario. Greko si sedette accanto a Sabrina che stava guardando davanti, in silenzio. Le osservò il viso. Le stelle brillavano negli occhi di Sabrina. « Gli occhi sono lo specchio dell’anima » ripensò Greko. Sabrina era immersa nei suoi pensieri.
Immersa nel suo passato: il primo giorno in cui lo vide; le colleghe che la chiamavano quando passava; il primo incontro; la prima volta che le aveva parlato; e stasera il primo bacio. Di ogni ricordo che riviveva ne fece mentalmente una foto, come una polaroid e nello spazio bianco ne scriveva il titolo per ricordarne meglio il momento. Da uno dei suoi cassetti della memoria tirò fuori un album, il suo più prezioso, luccicante di gemme e strini e sopra ci scrisse “ Amore ” e lo riempì di quelle foto e fantasticò di quelle nuove che avrebbe messo in futuro.
“Non pensavo sarebbe mai successo.” disse Sabrina.
“Cosa?” domandò Greko.
“Tutto questo” gli occhi le brillavano ancora di riflesso della polvere di stelle “Pensavo a te come a un… farfallone. Di quelli che non vogliono rapporti seri, e dalle ragazze vogliono solo una cosa. Di quelli che ne prendono una a sera.”
Greko sorrise, si immaginò come un dongiovanni. Immaginò molte scene dove lui entrava in un locale, di quelli affollati, rumorosi, e quando entrava lui tutto taceva. Le donne che rimanevano abbagliate dalla sua figura e gli uomini che lo guardavano con invidia. Solo che in ogni scena poi succedeva sempre qualcosa che faceva scattare l’ilarità generale: inciampava in un vestito lungo di una signora o in un lembo di una tovaglia, nel piede di un cameriere invidioso e altre cose del genere. La cosa lo fece ridere.
“Devo prenderlo come un complimento?” Le domandò, e prima che lei potesse dire qualcosa, aggiunse “Cambia molto, di quello che è successo stasera, se ti dicessi che la mia storia più lunga è durata ben tre e sottolineo TRE…” e qui fece una lunga pausa “ Settimane? ”
Sabrina sgranò gli occhi a quella rivelazione, pensò che il suo giudizio su di lui non fosse così sbagliato “Avevo ragione allora.” disse pensando ad alta voce.
“Se vuoi fermarti alle apparenze, direi di si” le rispose. “Ma non sono mai stato io a lasciare.”
“Avrai fatto di tutto per farti lasciare, o magari hanno scoperto che avevi una relazione con un’altra o peggio con molte altre” rispose velocemente Sabrina, guardandolo con aria accusatoria.
“Credo che a questo puoi rispondere da sola” rispose al suo sguardo guardandola negli occhi, e alzò il sopracciglio sinistro. “In fondo eri tu che non volevi una storia con me.” Sabrina rimase di sasso a quella frase e ripensò a Fiesta, e alla sua ferma decisione.
“E tu? Quanto è durata la tua storia più lunga?” Chiese Greko.
“Tre” rispose Sabrina, la sua attenzione era rivolta verso un gattino, che correva lungo il marciapiede e scomparve nella radura.
“Anche te, tre settimane o sono mesi?”.
“No. Anni” sottolineò Sabrina guardandolo dritto negli occhi, con aria che diceva « non sono quel tipo di ragazza », “Credi di riuscire a resistere più di 3 anni con me?” Gli domandò Sabrina, scherzando e mettendo un espressione di sfida.
“ Difficile da dirsi, non è facile. Magari se fossi motivato, penso di di sì. Insomma! Che sono 3 anni in fondo. Solo che prima dovresti resistere te più di 3 settimane. Pensi di farcela? ” le chiese.
Sabrina fece come per pensare, aggrottando la fronte, cinse il collo di Greko con le braccia “ Sai 3 settimane sono dure, sono lunghe” Avvicinò il viso a quello di Greko, le bocche si sfioravano mentre parlava, la voce si era abbassata, sentiva chiaramente il respiro di lui “ ma chissà con una giusta motivazione…”.
Greko avvicinò ancora di più la bocca verso quella di lei. Il profumo gli bagnò i sensi, era un profumo dolce e secco che si mescolava all’odore della pelle, calda. Ora si sfioravano, quasi si toccavano, le sue mani lentamente percorsero tutta la schiena di Sabrina, dal basso verso l’alto, le dita sfiorarono la colonna vertebrale toccandola nei lati, arrivò fin sul collo e poi lentamente ne ridiscese. Un brivido percorse Sabrina che portò la testa indietro. Greko fermò le dita sulle due fossettine alla base della spina dorsale, e con i polpastrelli le sfiorò con un tocco leggero “ Non credo di essere capace a motivare le persone ” la frase venne ansimante, quasi farfugliata. I loro respiri erano sincroni, e ora le mani erano l’uno in quella dell’altro, le dita intrecciate.
Greko la baciò con irruenza e passione, a lungo.
Sabrina si staccò per riprendere fiato, fu sorpresa, mai era stata baciata in quel modo, ma soprattutto mai era stata toccata così, delicatamente. Si sistemò come  meglio poté i vestiti, l’orologio le dava fastidio al polso, lo girò per sistemarlo meglio e guardò di sfuggita l’ora.
“ Com’è tardi!” Esclamò, e gli diede piccoli baci sulla guance e infine gliene schioccò uno sulle labbra accompagnandolo con un « mua » “ Devo andare, altrimenti domani non mi reggerò in piedi.    Mi dispiace. ”
“Sapessi a me…” disse con rammarico Greko, si alzò e la seguì in direzione della macchina. Sabrina fece per aprire lo sportello, ma non riuscì ad aprirlo.
“ Aspetta, è difettoso. ” le disse raggiungendola “ Ci penso io. ” e con un movimento fermo e deciso lo aprì. Sabrina rimase sulle prime un po’ delusa, aveva pensato che le avesse aperto lo sportello per farle un gesto cavalleresco, invece aveva scoperto con un pizzico di delusione che non era così. Mentre lo guardava entrare in macchina e guardarla negli occhi, profondamente, sinceramente, decise che in fondo non era importante.
“ Deve piacerti molto il tuo lavoro. ” le chiese.
“ Si. Soprattutto quando è estate, vedo le persone passare che sorridono, sono felici. Invece l’inverno guardi fuori dalla vetrina e vedi le giornate grige, persone tristi e peggio ancora se fuori piove. Tutte nascoste dai loro ombrelli. La pioggia, l’inverno con i suoi giorni corti e freddi, non piace. ”
Arrivarono sotto il portone, si diedero la buonanotte con un bacio. Guardò la finestra della sua casa che dava sulla strada. La luce era accesa. Scese dalla macchina e si avviò. Entrò in casa cercando di non fare rumore. Il televisore era acceso ed il blu segnalava la fine delle trasmissioni. La mamma era addormentata sulla poltrona. Le prese il telecomando dalle mani lo posò sul tavolo al centro della stanza e spense la tv. Le diede un bacio sulla fronte e si avviò in camera da letto accese la luce, poi tornò a spegnere quella del salone.
Greko era in piedi appoggiato con i gomiti sulla macchina, la vide entrare nel portone e poi sparire nell’ascensore. Al terzo piano, la luce della camera da letto si accese, poi se ne spense una a fianco,   e riconobbe l’ombra di Sabrina sulle tende
. Avrebbe voluto dargli la buonanotte. Decise di attendere finché la luce non si fosse spenta. Prese l’orologio digitale, privo di cinturino, che teneva nel taschino dei pantaloni e vide che segnava l’una e trenta.
Non notò che i due puntini, che scandivano i secondi, tra l’ora e i minuti erano fermi. Non notò nemmeno che le stelle non brillavano più, ma la loro luce era fissa. Guardava al terzo piano in attesa che la luce della camera si spegnesse. Mentre aspettava sentì un fastidio, come qualcuno premere dietro al collo poi un suono sordo, come di un laccio che si spezza. Si portò la mano alla base della nuca e la massaggiò. Sentì la carezza dei lunghi capelli sul dorso, con le dita massaggiò  le ossa che sentiva della colonna vertebrale, e con il medio mentre massaggiava, contò alcune vertebre. Sentiva la pelle appiccicaticcia. Appoggiò entrambi i gomiti sul tettino della macchina aspettando che la camera entrasse nel buio. Nella testa una vocina gli diceva che qualcosa non andava, un dettaglio che stonava, ma non riusciva a capire cosa fosse. Si mise le mani nelle tasche e fece l’inventario degli oggetti: le chiavi di casa c’erano, l’anello anche. Lo tirò fuori e lo infilò nel dito indice ma non gli piacque, lo provò sul medio serrò la mano in un pugno e lo guardò meglio. Sul medio andava bene. Portò la mano per sbottonare di un altro bottone la camicia. Non respirava quanto faceva caldo. Si accorse solo allora che il ciondolo che le aveva regalato Sabrina non c’era più, lo cercò per terra. Addosso. Niente. Sarebbe andato a cercarlo sulla panchina.
Una risata riecheggiò sulla strada.
Greko si girò, ma non vide nessuno.
Guardò in alto, verso i piani alti, di quella specie di ponte, fatto di finestre e cemento, dove c’erano gli uffici e sulla cima vide una figura in piedi, le mani appoggiate ai fianchi. La figura si accorse che lo stava guardando e rise di nuovo, piegandosi all’indietro. Greko si girò per vedere se ci fosse qualcun altro ma la strada era deserta.
Guardò di nuovo in alto, ma lo sconosciuto era sparito.
L’aria si fece più pesante, più calda, gli mancò il respiro. Le vene iniziarono a pulsare nella testa a ritmo del martello che gli stava battendo in testa. Tolse dalla prigione di un asola un altro bottone per cercare di respirare meglio.
Fu l’ultima cosa che fece prima di svenire.
L’aria era più fresca ora. Aveva gli occhi chiusi e un senso di disagio. La testa aveva finito di dolergli, ma non si era ancora ripreso del tutto. Era seduto, forse sul ciglio del marciapiede, era passato qualcuno e lo aveva trovato riverso per terra, accanto alla macchina e gli aveva dato aiuto? No. Non poteva essere sul ciglio di un marciapiede. Le gambe gli parevano penzolare, non sentiva niente sotto i suoi piedi. Era su un muretto, o qualcosa del genere, però non ricordò di avere visto un muretto in quella zona.
“ Attento, a non cadere ” disse una voce, la sentiva vicina, gli era dietro e le mani gli serravano le spalle. “ Credo che tu sia svenuto per il troppo caldo, qui l’aria è un po più fresca. Apri gli occhi lentamente e non preoccuparti ti tengo io. ” gli disse con voce calma.
Greko aprì gli occhi, lentamente. Una leggera brezza gli baciò il viso. Non riuscì a mettere a fuoco subito e a rendersi conto di dov’era. Una fila di luci gli inondò gli occhi. Vedeva tanti lampioni in fila come pali di un recinto piantati uno di fianco all’altro, ma non ne vedeva  la base, ne vedeva la cima, e le stelle erano così vicine che se allungava la mano poteva giurare di poterne prendere una manciata.
Non capì subito. Solo dopo qualche secondo realizzò che era seduto sul ciglio di un tetto. La paura del vuoto lo colpì e serrò le mani sul muretto per tenersi saldamente. Tenne lo sguardo fisso davanti a sé per non guardare giù. Con la mano destra cercò un appiglio più solido, lo trovò su un palo di ferro e lo abbracciò con tutte e due le braccia, come fosse la cosa più preziosa che avesse al mondo e non volesse lasciarla andare.
A quel gesto, lo sconosciuto lasciò le mani dalla loro stretta sulla spalla. Sentì dietro di lui la persona saltare. Sicuro. L’aveva sentito saltare, e sapeva anche che l’aveva fatto a piè pari ed era in bilico sul muretto accanto a lui. Fece per girare la testa ma un senso di vertigine lo bloccò. Quando riuscì finalmente a girarla, vide lo sconosciuto di spalle, ai piedi un paio di scarpe da ginnastica anonime, vestiva un paio di jeans e una camicia bianca, non riuscì a vedere molto altro, più per la paura di cadere nel vuoto, sia per la paura di vedere quello sfracellarsi sulla strada. Stava in piedi sul parapetto con le mani allargate come un equilibrista e camminava lentamente. Sulla mano destra, quella rivolta nel vuoto, teneva tra le dita il ciondolo che gli aveva regalato Sabrina, quel piccolo insignificante Peter Pan divenne la cosa più preziosa e lo bramò. Incurante delle vertigini , e del pericolo, tolse una mano dalla stretta della sbarra e la allungò verso il ciondolo.
Lo sconosciuto farfugliava qualcosa, captava frasi, ma Greko non lo stava ascoltando.
“…. responsabilità…” “… prima o poi l’amore…” “… n c’è divertimento…” “ …banalità quotidiane…”
Camminava lentamente come se avesse paura di perdere l’equilibrio, ma Greko sentiva che non era proprio così, mentre parlava Greko si allungò quel tanto che gli permise di avere quasi il ciondolo nel palmo e quando fu sicuro della presa:
Tirò.
Trovò resistenza, non fu come aveva pensato « un gioco da ragazzi ». Soprattutto perché non aveva visto che il laccio aveva almeno un giro attorno al dito medio dello sconosciuto. Al secondo strattone aveva la mano di lui quasi all’altezza del viso. Aveva occhi solo per il ciondolo. Con un movimento rapido liberò il laccio e quando lo ebbe in mano sorrise.
Lo sconosciuto lanciò un urlo, Greko si girò e vide che aveva perso l’equilibrio. Pareva muoversi a rallentatore. Roteava le braccia come se quel movimento potesse aiutarlo in qualche modo a non cadere. Solo ora Greko si rese conto di quello che aveva fatto. E cercò di allungare la mano per poterlo aiutare. Lo afferrò per una caviglia, ma non era la soluzione migliore e cercò un appiglio migliore. Gli occhi corsero in su e vide le tasche posteriori. Su una un piccolo buco. Portò la mano sulla tasca e al primo tentativo la mancò. Oramai lo sconosciuto era con il corpo sul vuoto, l’equilibrio oramai perso, i piedi ancora sul ciglio. Greko riuscì ad afferrare la tasca e la tenne saldamente. Lo sconosciuto si trovò con il corpo a 45° nel vuoto, strillò “ Tirami su ti prego, non lasciarmi cadere ” disse piagnucolando.
“ Oramai ti tengo ” gli rispose Greko “ Ora ti tiro su, lentamente. ” La mano destra stringeva saldamente il tubo di ferro, l’unico appiglio trovato, mentre la sinistra era salda nella tasca posteriore e faceva forza per tenerlo. Greko sentì tutto il peso del corpo dello sconosciuto, la paura  di cadere nel vuoto doveva averlo fatto uscire di senno, lo vedeva ruotare le braccia come se stesse nuotando nel vuoto. Greko era tutto sudato, aveva paura di come si stavano mettendo le cose. Ma oramai doveva solo pensare ad appigliarsi saldamente con il gomito al tubo di ferro per avere una presa migliore e tirarlo su.
Lo sconosciuto quasi piangeva oramai, farfugliava qualcosa che gli sembrarono essere delle preghiere, smise di sbracciarsi, quasi si fosse reso conto che Greko lo teneva, unì le mani e le portò alla bocca come il più devoto fedele e disse una preghiera. Greko intanto era riuscito a trovare una posizione stabile e sicura, come se quella preghiera fosse stata d’aiuto, e lo stava tirando su con grandissimo sforzo, lentamente. “ Amen “ disse quello.
E il silenzio della notte venne squarciato come da un tuono improvviso. Greko era libero da quel peso e in mano aveva solo quel che restava della tasca posteriore e si ritrovò a guardare la targhetta dei jeans, per impedirsi di guardare la caduta dello sconosciuto. Un grido disumano squarciò il silenzio nella notte.
Dopo un tempo che pareva non finire più, sentì un tonfo sordo.
Poi il silenzio.
Greko rimase immobile aggrappato con il braccio sul palo, lasciò cadere dall’altra mano la tasca dei jeans e la vide cadere come una foglia. Era ancora seduto sul parapetto, muovendo ad una ad una lentamente passò le gambe dall’altra parte, e si sdraiò a terra. Doveva chiamare aiuto, la luce della  camera di Sabrina era ancora accesa. L’avrebbe chiamata così che potesse telefonare a qualche soccorso.
Si alzò in piedi, con alle spalle il parapetto, si appoggiò un attimo su di esso per riprendere un attimo il fiato. Lo sfondo del cielo cambiò, diventando più scuro, le stelle scomparvero ma non del tutto come se fossero nascoste alla sua vista. Vedeva un come dei fili che scendevano dall’alto, alzò gli occhi e solo allora capì che erano capelli si trovò a guardare un viso al contrario “ Boo! ” e Greko indietreggiando perse l’equilibrio e cadde. Non emetteva nessun suono, ma una risata lo accompagnò nella caduta.
Quando si sta per morire si dice che la vita ti scorra davanti come in un film, dal primo gemito fino all’ultimo respiro. Greko pensò solo agli avvenimenti dell’ultimo mese, l’incontro con Sabrina fino al primo e ultimo bacio. L’ultimo pensiero fu Sabrina. Vedeva le stelle nel cielo brillare, ma una era più luminosa delle altre e pareva quasi lo rincorresse. Dalla stella scesero mille luci che lo investirono e Greko si trovò a fluttuare nell’aria torpida dell’estate.
“Sono morto” pensò mentre guardava la luce avvicinarsi, scoprì avere le sembianze di una bellissima donna. “ è un angelo ” pensò vedendole le ali. Aveva un bellissimo viso e allungò una mano per accarezzarlo. Quando fu vicino la dolce creatura allargò dolcemente la bocca, i denti brillavano più delle stelle e quando un dito fu vicino, lei glielo morse e si allontanò.
“Ahi!” Esclamò Greko, quasi svegliandolo da quel sogno.
“ E’ scorbutica! Attento. ” Esclamò una voce sopra la sua testa, che Greko riconobbe in quella dello sconosciuto.
“ Fanno tutti così gli angeli? ” chiese Greko.
“Gli angeli non credo, ma Campanellino sì. ” rispose lo sconosciuto che planò davanti a lui. Non riusciva a vederlo in viso, si avvicinava lentamente con le sue scarpe da ginnastica e i jeans strappati all’altezza del ginocchio destro. Una camicia bianca era aperta sul petto e i lunghi capelli erano sciolti e gli ricadevano dietro la schiena, con la mano destra giocava con un laccetto tra due dita.  Quando la luce della luna lo illuminò in viso i due di trovarono faccia a faccia, Greko si rese conto che era come se fosse davanti ad uno specchio.
“ Quindi tu saresti…” disse Greko
“ Chiamami Peter ” allungandogli la mano. “ Scusa per lo scherzo, ma dovevi vedere la tua faccia.” e rise. Greko lo guardò serio poi scoppiò a ridere anche lui.
Ricordarono i tempi di quando era bambino e si divertiva a giocare e a fare scherzi.
“ C’è Uncino che ti sta cercando ” disse Greko seriamente “ E’ con la sua banda e non credo abbia buone intenzioni. ”
“ Non è lui a preoccuparmi. ” rispose Peter, sospirando “ Ricorda quello che ti ho detto quando eravamo lassù. Ora devo andare, mi ha fatto piacere rivederti.” e cercò con la mano di batterla amichevolmente sul braccio di Greko. A quel movimento Greko coprì la spalla con la mano, come per paura. Peter non comprese quel gesto, salutò inchinandosi e con la mano destra partendo dalla fronte la mosse come se arrotolasse qualcosa davanti a lui e volò via.
Greko non fece in tempo a dirgli che di quel discorso ricordava solo parole farfugliate.
Si appoggiò al tettino della macchina, con le braccia incrociate. La luce della camera di Sabrina era ancora accesa. Una mosca gli passò davanti al viso e nel cacciarla si diede uno schiaffo.
Come se si fosse svegliato da un sogno. Si ritrovò con la testa appoggiata sulle braccia incrociate, sul tettino della macchina. Fermo davanti casa di Sabrina, la luce della camera ancora accesa. Guardò l’orologio, segnava le una e trentuno.
La mamma di Sabrina entrò nella camera da letto, la luce accesa. La guardò e quando fu certa che dormisse si alzò e spense la luce.
Greko vide spegnersi la luce, entrò in macchina e partì verso casa.
Dell’incontro non ricordò nulla.
Stava solo ripensando alla Più Bella Cosa che gli era successo.


Questo racconto fa parte della storia “Ho ucciso Peter Pan” ed è rilasciato sotto licenza creative commons sei quindi libero di scaricarlo, copiarlo e/o diffonderlo.

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Ho ucciso Peter Pan by Cardone Andrea Gregorio is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia License.

Based on a work at latana.org.

Un commento per “Più Bella Cosa”

  1. . Dice:
    9 settembre 2009 at 8:52 pm

    :) =d>:-h

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