E cosi’ il povero Greko mi chiuse in una scatola.
Ci passai tutta la notte. La gatta la sentivo che cercava di scoperchiarla, ma non ci riusci’.
Le ore passavano, lentamente. Poi dal buio piu’ totale emersero i primi bagliori di luce.
Doveva essere l’alba!
Anche i rumori erano iniziati. Sentivo le prime macchine che si accendevano e le prime che passavano.
Vibrazioni sotto il suolo. La metro che iniziava lentamente il suo lungo percorso.
In lontananza un treno sferraglia e piano piano si avvicina.
E anche un aereo sento. Quell’ammasso di ferraglia che trasporta persone. Pensano di poterci imitare.
Ma quella e’ solo una brutta imitazione.
Noi quando si vola si e’ liberi. Il vento sul muso. Le cose si rimpiccioliscono. Alti, su quasi fino a toccare il sole
poi giu in picchiata con il vento sempre piu’ forte. E sfrecciare in mezzo alle nuvole. Pulviscoli d’acqua in uno stato
transitorio.
Sento una porta che si apre. Rumori d’acqua. Forse c’e’ una sorgente vicino perche’ sento una cascata.
Dopo mezz’ora mi sento sollevare, con tutta la scatola. Qualcuno mi sta portando da qualche parte.
Ci fermiamo.
La scatola si apre e qualcuno mi afferra.
E’ una donna. Mi prende e mi lascia scivolare pian piano sul prato mentre il cane si allontana per
segnare nuovamente il suo territorio.
Corro che pare che volo. Son tornato da dove mi avevano preso. La mia ala sempre
dolorante, forse spezzata. Sento i pigolii in alto. I primi piccioni che prendono il volo in cerca di cibo, allora il falchetto
e’ ancora nel suo nido.
Corro che pare che volo verso un rifugio di fratte.
Corro che pare che volo.
Ma non volero’ piu’…